La gestione dell’immigrazione è nell’Unione Europea una politica comune. L’articolo 63(a)1 del Trattato di Lisbona stabilisce che “L’Unione sviluppa una politica comune dell’immigrazione intesa ad assicurare in ogni fase la gestione efficace dei flussi migratori”. Tutto si può pensare, ma non che la risposta di questi giorni allo shock causato dalla rivolta dei paesi arabi rifletta lo spirito del Trattato. Le conclusioni del Consiglio del 12 Aprile non vanno al di là di generiche esortazioni alla cooperazione. Ciò in un contesto in cui gli stati non danno all’Unione le risorse necessarie ad una effettiva politica comune e diversi leader politici propongono misure unilaterali e mettono in discussione l’esistenza stessa di una politica dell’UE.
I governanti degli stati europei dovrebbero chiedersi se un tale atteggiamento sia nell’interesse degli elettori che essi rappresentano. Può la decentralizzazione della politica d’immigrazione (cioè l’indebolimento dell’UE a favore degli stati) migliorare il controllo dei flussi migratori ? L’esperienza e un semplice ragionamento economico danno una risposta chiara e negativa. Poiché le politiche unilaterali di uno stato hanno conseguenze fuori dai suoi confini, altri stati sono indotti a reagire. La decentralizzazione, dunque, crea problemi di coordinamento delle politiche d’immigrazione dei vari stati e ne riduce la capacita’ individuale e collettiva a gestirne i flussi.
I dati sulle migrazioni mostrano che gli immigrati (legali o no) scelgono i paesi di destinazione in parte in risposta alle politiche che questi ultimi applicano. L’allargamento ai paesi dell’Europa centrale e dell’est nel 2004 fornisce un esempio ben documentato di questo meccanismo. Degli accordi transitori permettevano agli stati dell’Unione una deroga temporanea al principio di libertà di movimento delle persone all’interno della UE. I vecchi stati membri, in sostanza, potevano imporre delle restrizioni all’entrata di cittadini dei nuovi stati membri. Questi accordi ebbero, non sorprenderà, un effetto rilevante sulle scelte migratorie, indirizzando i flussi verso i paesi con regole piu’ permissive e scoraggiando le migrazioni verso stati con maggiori restrizioni.
E’ proprio questa mobilità degli immigrati tra giurisdizioni diverse che crea un’interdipendenza tra le politiche migratorie. In particolare, le decisioni di un governo influenzano i flussi migratori negli altri stati proprio perché esse sono una determinante delle scelte degli immigrati. Così, un inasprimento delle leggi in Francia si riflette in un maggiore flusso migratorio in Italia o in Germania. In questo contesto, i singoli stati – agendo individualmente - finiscono per gestire in maniera inefficiente l’immigrazione perché decisioni unilaterali hanno una contro-reazione da parte di altri governi. Da queste interazioni strategiche possono emergere quelle che in economia vengono definite come “coordination failures”, ossia dei fallimenti di coordinamento. In sintesi, è proprio per evitare tali inefficienze che è necessario che l’UE abbia una una politica dell’immigrazione comune.
Quando ci si ferma a riflettere sui problemi legati alla gestione dei flussi migratori in Europa ci sono molte domande ancora senza risposta. Ma qualcosa la sappiamo : il risultato di ridare le competenze sull’immigrazione agli stati sarà solo una minore capacità di gestire questo fenomeno. Cosa che non è nell’interesse di lungo perido dei politici che propongono improbabili misure unilaterali e – ciò che conta di più- dei cittadini che essi dicono di rappresentare. In questo settore la scelta non è tra sovranità nazionale o europea, ma tra avere una politica per l’immigrazione o non averla.
Articolo pubblicato anche su IMille


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Wieso die EU eine gemeinsame Einwanderungspolitik braucht
