Articolo pubblicato su iMille
Pat Cox, Josep Borrell Fontelles, Hans-Gert Pöttering, Jerzy Buzek : metti che una sera a cena tra amici vi venga il ghiribizzo di evocare uno di questi nomi. Garantito : in nove casi su dieci dovrete rassegnarvi a fronteggiare una selva di sguardi accigliati ed espressioni perplesse.
“Hans chi ?”.
Eppure, a onor di cronaca, tutti e quattro i citati dignitari sono accomunati dall’aver assolto nell’ultima decade le funzioni di presidente del Parlamento europeo. Poco male. Lo spesso muro di gomma che cinge l’enclave di Bruxelles e le sue dependance di Strasburgo e Francoforte si fa garante per un inossidabile anonimato.
Il che non ha nulla di sbalorditivo. L’annuale Eurobarometro sull’assemblea europea indica che appena il 50% degli italiani nel 2011 ha letto o sentito una notizia sui suoi lavori legislativi. E quasi quasi verrebbe da levare le mani al cielo e intonare “Miracolo ! Miracolo !”, come nell’esilarante sketch di Ricomincio da Tre di Massimo Troisi, considerato che solo un anno prima lo stesso tasso si trascinava a stento poco al di sopra del 25%. Figurarsi, poi, se l’ineffabile opinione pubblica comunitaria è capace di rammentare, o forse ha mai sentito in vita sua parlare di uno degli ultimi quattro presidenti dell’emiciclo di Strasburgo.
La legittimità dell’unica istanza comunitaria eletta direttamente dal popolo – occorre ribadirlo ? – da tempo immemore è in sofferenza, sullo sfondo di quell’annosa divaricazione tra cittadini e Unione europea che si suole cristallizzare nell’espressione “deficit democratico”. Le elezioni europee, tornata dopo tornata, racimolano picchi di astensione sempre più inquietanti. Molti partiti nazionali non hanno abbandonato il malcostume di considerare Strasburgo alla stregua di un’agora di serie B, popolandolo di politici bolliti o figure di secondo piano, giovani inesperti e personalità scomode, senza contare la pittoresca fauna di tribuni euroscettici.
Il montante da knockout lo ha però assestato la crisi, aprendo agli stati membri un’ultima e decisiva breccia per espugnare le prerogative dell’Europa sovranazionale, ovvero ridurre al lumicino il margine di manovra delle istituzioni incaricate di tutelarla, leggi lo stesso Parlamento e la Commissione. Così l’assemblea legislativa s’è ritrovata a bordo campo, spettatrice impotente delle grandi manovre ordite da Merkel e compagni proprio all’indomani dell’entrata in vigore di quel Trattato di Lisbona che sulla carta avrebbe dovuto rafforzarne la centralità nell’economia decisionale comunitaria. Un bel paradosso del quale Martin Schulz ha una cognizione assai lucida, e una visione tutt’altro che disfattista, non fosse perché sui banchi di Strasburgo ci ha militato per quasi 20 anni, grossomodo due terzi del proprio cursus politico.
Il cinquantaseienne deputato tedesco, quando lo scorso gennaio è stato proclamato 14esimo presidente del Parlamento, ha regalato una fotografia tanto impietosa quanto realistica del contesto con il quale dovrà cimentarsi :
“Negli ultimi due anni non è cambiato soltanto il modo di vedere i problemi ma anche il modo di affrontarli. Infatti, il moltiplicarsi dei vertici e la fissazione sugli incontri dei capi di governo esclude in larga misura dal processo decisionale l’unico organo direttamente eletto della Comunità, cioè il Parlamento europeo. Anche i deputati nazionali vengono fondamentalmente sviliti a livello di meri esecutori, dal momento che riescono ad esaminare soltanto di sfuggita gli accordi governativi adottati a porte chiuse a Bruxelles. Il risultato di una politica parlamentare priva di sufficiente legittimità viene percepito dai cittadini come un diktat di Bruxelles ed è l’intera Unione europea a farne le spese : ciò alimenta risentimenti antieuropei”.
E al grido di “il Parlamento non intende restare con le mani in mano di fronte a una simile situazione” ha dato via al proprio mandato lancia in testa.
È pur vero che, contrariamente ai Buzek e ai Borrell, il nome di Schulz ha già lampeggiato sui display dei media del Belpaese e più in generale europei. Merito di una delle memorabili gaffe diplomatiche cui ci aveva abituato Silvio Berlusconi. Correva l’anno di grazia 2003, a ripensarci un’epoca di placide certezze per l’Ue, e l’Italia occupava la presidenza di turno del Consiglio. In risposta ad un intervento piuttosto tagliente dello stesso Schulz, in qualità di capogruppo dei Socialisti europei, l’allora primo ministro italiano finì al centro dello scorno internazionale sfoderando l’ormai famosa battuta sul kapò. Acqua passata.
Ma forse non per Schulz. Non è un caso se appena eletto si è affrettato ad invitare a Strasburgo Mario Monti, accogliendolo con un caloroso saluto nella nostra lingua madre. Il nostro premier, due volte commissario e personalità di specchiata fede europeista, costituisce per il parlamento un prezioso alleato per contrastare la deriva intergovernativa cavalcata dall’asse franco-tedesco.
La crociata intrapresa dal neopresidente per ridare lustro al Parlamento, del resto, ha già centrato un risultato storico. Schulz ha strappato agli stati membri il permesso di partecipare ai meeting dell’Eurogruppo (il vertice dei ministri delle finanze i cui paesi fanno parte dell’euro) minacciando di andarci “anche con la forza” qualora non avesse ricevuto un invito formale.
Un gesto che simboleggia l’indole battagliera del personaggio. “Sono una persona diretta ed eloquente ed intendo trasmettere questi valori al Parlamento” aveva spiegato in dicembre al settimanale Der Spiegel. La strategia è chiara : se gli stati membri sono liberi di violare ad ogni pié sospinto la separazione dei poteri in seno all’Ue, allora anche il Parlamento deve rispondere in maniera proporzionata. Altro che accordi da gentiluomini ! “D’ora in avanti ogni atto esecutivo degli stati membri dovrà essere legittimato dal parlamento, con o senza l’avallo dei trattati”.
Insomma, Schulz non ci sta a fare da “mera comparsa”, limitandosi ad un mandato di garanzia nello stile dei suoi predecessori. Perché, ambizioni personali a parte, sa bene che questa volta la posta in gioco è di natura esistenziale. “Per la prima volta dalla sua fondazione il fallimento dell’Unione europea non è più un’ipotesi irrealistica”. Il rigore targato Merkel, e scritto nel marmo dei Trattati con l’approvazione del Compatto Fiscale, soffia sul fuoco dell’euroscetticismo perché percepito come un diktat unilaterale imposto dall’alto. Le immagini del disastro sociale in cui brancola la Grecia “commissariata” hanno fatto il giro d’Europa, diffondendo la paura. Il cammino dell’integrazione europea sembra aver introiettato una pericolosa asimmetria, facendo un balzo in avanti sprovvisto di alcuna copertura democratica. Come guidare un’auto senza ruote.
Schulz ritiene che non sia troppo tardi per rovesciare questo trend. Soprattutto, sembra aver afferrato che la chiave di volta per combatterlo risiede in buona parte in un rinnovato sforzo sul versante della comunicazione.
Altrimenti detto : se l’opinione pubblica non va al Parlamento è il Parlamento che deve andare dall’opinione pubblica. Così, già in febbraio, ha affrontato un lungo tour per l’Italia, culminato con una ipermediatizzata visita nei luoghi dell’eccidio di Marzabotto e con l’ospitata a “Che tempo che fa ?” di Fabio Fazio. Un mese dopo si è recato in Grecia, anche in quel caso premurandosi di dare ampia risonanza alla visita. Sui social network il neopresidente è attivissimo. Altrettanto capillare la sua presenza sui media. Persino dalle file del PPE che non ne ha mai amato le posizioni controverse e il “parlar franco” cominciano a levarsi plausi convinti.
Riconquistare la fiducia dei cittadini per salvare l’Europa : è questo il motto di un mandato che, nel bene o nel male, resterà agli annali. Molto più di quelli dei predecessori di Schulz.


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