« Questo è un buon giorno per l’Irlanda e per l’Europa. Il Sì ha vinto ». Così il premier irlandese Brian Cowen a seguito dei risultati del referendum sul Trattato di Lisbona dello scorso 3 ottobre. Il « sì » ha vinto con il 67,1% dei voti e il « no » ha raccolto il 32,9% con un’affluenza pari al 58%. In poco più di un anno l’orientamento degli irlandesi sul Trattato di Lisbona si è ribaltato : nel giugno 2008 il « no » prevalse con 53,4% mentre il « sì » ottenne solo il 46,6%.
E’ stato invece depositato il 25 settembre a Roma presso il Ministero degli Esteri, dove sono custoditi i trattati istitutivi delle Istituzioni Europee, l’atto di ratifica della Germania a seguito della firma da parte Horst Köhler delle quattro leggi di accompagnamento al Trattato di Lisbona, richieste dalla Corte costituzionale e già approvate dal Parlamento. Risolte le incognite dell’Irlanda e della Germania, è stato il turno della Polonia, ventiseiesimo Stato Membro ad aver ratificato il Trattato di Lisbona. Lo scorso 10 ottobre il Presidente Lech Kaczynski ha posto la sua firma durante una cerimonia cui hanno partecipato il Presidente della Commissione Europea Barroso, il Presidente del Parlamento Europeo Buzek ed il Presidente di turno dell’Unione, il premier svedese Reinfeldt.

- il Presidente polacco Lech Kaczynski con la Cancelliera tedesca Angela Merkel
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(Fote : www.flickr.com)
I vertici delle istituzioni europei agognano di partecipare alla medesima cerimonia nel castello presidenziale della Repubblica Ceca il cui inquilino, Vaclav Klaus, continua a ritardare la firma dell’atto di ratifica. Nonostante l’approvazione del trattato da parte del parlamento, un gruppo di senatori ha fatto ricorso alla Corte Costituzionale per verificare la sua congruità con la carta fondamentale ceca. Il Presidente Klaus ha già messo nero su bianco che attenderà la pronuncia della sentenza della Corte prima di apporre la sua firma. Dunque la ratifica per il momento slitta. Il Presidente Klaus sta anche alzando la posta in gioco, chiedendo che i restanti Stati Membri accordino alla Repubblica Ceca una deroga riguardante la Carta europea dei Diritti Fondamentali, annessa al Trattato di Lisbona. Tale richiesta riflette il timore che i discendenti dei tedeschi dei Sudeti, vittime di esproprio all’indomani della seconda guerra mondiale, possano fare ricorso alla Corte europea per ottenere riparazione dei torti subiti dai loro genitori. La Presidenza svedese sta avviando una negoziazione con il Presidente Klaus per capire l’esatta portata di questa deroga. Alla luce di questa negoziazione, il Consiglio Europeo di fine ottobre non riuscirà quindi ad affrontare il nodo delle due nuove cariche previste dal Trattato : il Presidente del Consiglio UE e il Vice-Presidente della Commissione/Alto Rappresentante per gli affari esteri dell’Unione.
Due poltrone, molti candidati
Le due nuove carichesono tra le innovazioni più incisive introdotte dal Trattato, mirando ad imprimere maggiore visibilità e coerenza all’azione esterna dell’Unione. Tuttavia, l’incisività di queste innovazioni dipende in gran misura dalla caratura politica del candidato che le andrà a ricoprire. A seguito della ratifica di Irlanda, Germania e Polonia è emerso con forza il dibattito sulle nomine. Se a rappresentare il Consiglio dei 27 Stati Membri fosse un candidato della portata dell’ex premier inglese Tony Blair, la carica del Presidente dell’Unione acquisirebbe un rilievo prominente, potendo in parte oscurare l’attivismo internazionale di alcuni leader nazionali. Stesso discorso per profili quali Felipe Gonzales, ex premier socialista spagnolo, e François Fillon, primo ministro francese. Sono invece da considerare di minor peso politico le candidature di Jan Peter Balkenende, Herman Van Rompuy, e Jean-Claude Juncker, rispettivamente primo ministro olandese, belga e lussemburghese. E’ anche candidato l’ ex Presidente finlandese Ahtisaari, premio nobel per la pace nel 2008. Tuttavia questo gran vociare potrebbe essere decisamente prematuro se il Presidente Klaus continuasse a tirare la corda. Lo spettro agitato dal Presidente Klaus è di posticipare la firma ben oltre la primavere 2010, successivamente alle elezioni politiche in Gran Bretagna. Il leader tory, David Cameron, è dato ampiamente vincente ed ha già dichiarato di voler porre il Trattato di Lisbona a referendum, qualora il processo di ratifica tra gli Stati Membri non si fosse concluso. Uno scenario catastrofico, considerando il forte euroscetticismo dell’elettorato inglese. Tuttavia, fonti dello staff del Presidente Ceco indicano che Klaus consideri oramai il Trattato di Lisbona un capitolo da accettare a malincuore, senza ulteriori infingimenti.
(Foto Logo : Vaclav Klaus ; fonte : flickr.com)


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